giovedì 28 settembre 2006

GOAL PER IL IV QUARTER 2006


- Abolire definitivamente il collant in favore del reggicalze


- Smetterla di mangiare zio Mc


-I scrivermi a un corso di Tango con la Boussi


-Tornare in palestra nella pausa pranzo


- Studiare il Francese


- Darci un taglio con gli alcolici, le sigarette o meglio tutti e due


To be updated

mercoledì 27 settembre 2006

TUTTO QUELLO CHE VORREI SAPERE SUL SESSO

E NON HO MAI OSATO CHIEDERE


 


Non mi piacciono i falsi moralismi e non amo i giri di parole.


Se il discorso verte sul tema, non ho problemi a definire  la mia vita sessuale - in questo momento della mia vita- piacevolmente varia.

Quello che non mi spiego è come mai, a questa mia affermazione,  immancabilmente qualche giovanotto ha la brillante idea di candidarsi a potenziale partner.


A parte il gusto discutibile di una siffatta avance:


 


-          Forse fare tanto sesso è sinonimo di farlo senza criterio?


-          Sbaglio a trovare una simile proposta vagamente denigratoria (della serie: qui basta prendere il numero e mettersi in fila)?


-          Cosa fa pensare al postulante che se fossi interessata non avrei già trovato il modo di farglielo capire?


-          Posto che non c’è amore, è proprio necessario rinunciare anche all’affetto?


-          La seduzione non è più di moda?


-          Perché a parità di scopate, l’uomo è un latin lover e la donna una zoccola?


-          Ho la faccia di una che fa molta beneficienza?


 


Ringrazio in advance chi avrà la cortesia di aiutarmi a risolvere queste angoscianti questioni.

martedì 26 settembre 2006

AMA IL TUO VICINO OVVERO: Quando è Meglio Levare le Tende


 


Da quando mi sono trasferita, uno dei miei primi propositi è stato qello di instaurare degli amichevoli rapporti di vicinato con le persone che mi abitano intorno.


Delle suore, che ho già menzionato (à see and be seen, 21 agosto) non faccio parola. All’inizio, considerato anche il fatto che sono suore in borghese – capelli corti crocifisso al collo ma senza la tonaca- volevo farmele amiche anche perché ho saputo che sono ottime per il recruiting dei filippini.


Ma non posso farmi violenza fino a questo punto: sono una donna, mica una santa!.


 Ho scovato tramite un annuncio un' adorabile ragazza srilankese, che se fossi un uomo me la sposerei al volo e le suore sono rimaste la mia riserva di intolleranza personale.

Ma tutti gli altri, devo dire, sono proprio carini.

C’è la Rosetta, un’adorabile nonnina immagino facesse la postina per i partigiani nel ’44. Appurerò la prossima volta che la incrocio il sabato mattina: scambiamo due chiacchiere al balcone quando lei sei alza e io sto chiudendo le imposte per andare a dormire.


Poi ci sono gli studenti dall’altra parte del Corso: tre adoloscenti sbarbatelli chiara crisi ormonale: si aggirno in boxer tra cumuli di biancheria, tranne il giovedì, quando li vedo dalla cucina, che si infighettano prima di uscire. La sera che hanno fatto il classico festino universitario, abbiamo pesino brindato con loro – io e un amico-  con le bottiglie in mano da un lato all’altro della strada.


Il tizio con cui condivido il piano invece è misterioso. Sulla cinquatina, sempre col cappello e l’impermeabile potrebbe essere il Poliziotto Buono oppure il Serial Killer. C’è di rado, di solito è di fretta e ha un’aria vagamente circospetta:  questi dettagli mi fanno propendere più per la seconda ipotesi, che comunque trovo molto più interessante della prima.


Un altro con cui ho fatto amicizia è il portinaio, un ragazzo sui trenta che lavora part time,  è amico di tutti, se ne frega di tutto e fuma canne dalla mattina alla sera: ovviamente, lo invidio a morire.


Quello che ancora mi sta dando qualche grana è l’Uomo con la Canottiera della casa di fronte (sopra gli studentelli, a destra). Bazzica sempre in pigiama e canotta, si piazza sul balcone a guardare la gente che passa, di domenica, ma sembra completamente avulso dal mondo.


Potrebbe essere un manager in carriera  licenziato in tronco che sconta i postumi di un esaurimento nervoso. Fatto sta che nonostante io l’abbia incrociato parecchie volte, e mia sempre sbracciata a salutarlo, lui ha sempre ignorato il mio gesto.


A meno che non abbia un glaucoma, deve avermi visto per forza: dimenticata ogni creanza, mi affanno come un marinaio che con le bandiere dice: SALVE! ABITIAMO DI FRONTE.


Immagino che sia troppo depresso, annichilito e isolato anche per alzare una mano e fare un gesto gentile.

Mi sento triste solo a pensarci.


 


 


 


 


Da qualche tempo mi è venuto inmente che mi piacerebbe fare uno striptease coi fiocchi.


Niente smutandamenti selvaggi o attorcigliamenti sul palo, of course: qualcosa di più vicino a più un balletto, alla fine del quale dovrei rimanere con gli slip e (forse) il reggiseno. Una cosa elegante, ovviamente in stile anni ’50, sulla  base di Coin Operated Boy dei Dresden Dolls.


Ho deciso di cercare un corso, ma le due opzioni “valide” ch sono riuscita a trovare mi hanno lasciata quantomeno dubbiosa.

La prima è uno stripper/poledancer professionista, australiano e secondo me pure ossigenato, che mi darebbe lezioni domicilio. Ma l’idea di portarmi in casa l’undicesimo California Dream Man mi lascia un po’ interedetta, e oltreutto il parruccone biondo mi fa presagire tragiche cadute di stile.


La seconda alternativa sarebbe l’Hard Academy, una scuola che –giuro esiste davvero -una specie di accademia del porno, con corsi che comprendono posa fotografica, educazione sessuale e per l’appunto, anche lo strip tease. Ho mandato una mail carina, spiegando la situazione e chiedendo se era possibile frequentare esclusivamente le lezioni di strip tease.


Per ora, nessuna risposta.

Siccome però non demordo, nel frattempo ho rispolverato i cd di Tchaikovsky, le mie velleità da ballerina mancata (e non di poco!) e di sera mi esercito nel salone, improvvisando balletti più o meno discinti, ed esamino il mio riflesso nei vetri della porta-finestra.


Una di queste sere mi dedicavo appunto alle mie prove quotidiane, lanciatissima sulle note della Danza della Fata Confetto.


Tlin tilin tilin –via i guanti  (una precisazione: anche se sono in slip e canotta non mancano mai guanti e veletta nel mio show) tun tun tun- voilà il cappello…E via dicendo.


A un certo punto, mentre rapita dalle note tentavo l’impossibile piroetta sulla punta, ho visto l’Uomo in Canottiera che guardava.


Allora, mi sono fermata e l’ho salutato.


Finalmente ha risposto!

lunedì 18 settembre 2006

DISCOVERYCHANNEL: ELOGIO DELL’UOMO FELINO


 


 


Dopo la mia filippica contro gli Uomini Cane, mi hanno suggerito di tessere le lodi dell’uomo felino.


In effetti, c’è molto da apprezzare.


L’Uomo Felino è indipendente, intraprendente, irriverente.


Basta a se stesso e questo gli regala arroganza e sicurezza quasi irritanti.


Ma se sta con te è una sua libera scelta, e i benefici che ne trae– piacere, divertimento, benessere- sono quasi secondari, proprio come accade con i felini a quattro zampe.


Una relazione, di qualunque genere, in cui qualcuno trae un vantaggio è di per sé qualcosa di positivo.


Se poi c’è un utile per entrambe le parti immagino che sia la situazione ideale.


Ma devo ammettere che sfortunatamente non ho mai avuto un gatto.

O meglio.


Una volta, da brava crocerossina –avrò avuto 8 anni- raccattai un micetto abbandonato e lo portai a casa.

Il caso volle che la sfortunata bestiola avesse una latente forma di tigna, che contagiò tutta la famiglia prima che potessimo rendercene conto, e riuscissimo disfarci del malsano trovatello.


Morale della favola, i miei unici ricordi legati a un gatto riguardano più visite dermatologiche e saponi allo zolfo che relazioni edificanti con qualcuno che sceglie liberamente di stare con te.


E poi, ho scoperto recentemente, sono pure allergica ai gatti.


Che il mio Karma stia cecando di dirmi qualcosa?

giovedì 14 settembre 2006

COINCIDENZE CROMATICHE Ovvero: Le Petit Fil Rouge


 


Come i miei 30 lettori ricorderanno, a giugno sono stata ad una gran festa a Roma (The fashion stylist vol.2 –  A Beautiful Night). Lì ho conosciuto un fotografo, che chiameremo Walter: arrogantello, romantico… Un bipolare da manuale: ovviamente siamo andati subito d’accordo.



Mi ha fatto anche una foto:


 Red Passion  


 


 


Da mesi attendo con ansia il party per inaugurare la mia nuova casa.

Ore, giorni, in effetti MESI di weekend nei panni di un manovale, tra scatoloni pieni di libri, inserti per il camino introvabili, piani di pietra per la cucina tagliati storti. A ripensarci mi vengono i brividi.


Comunque, tutto questo delirio con una sola immagine di speranza fissa davanti agli occhi, come una lucina in fondo al tunnel: a lavori ultimati, la festa. A tema, ovviamente. Era maggio quando ho deciso per il bianco: WhiteParty. Con dress code in tinta, of course.


E adesso, finalmente ci siamo.


Sabato prossimo si festeggia.


 


Walter mi chiama – ci siamo sentiti qualche volta, dopo la festa- e mi chiede se posso prendere un paio di giorni dal lavoro. Vuole che faccia lo styling per un servizio fotografico che ha in mente, tutto stile anni ’40.

Vintage, femme fatale, forse anche un po’ noir: per me una cosa tipo manna dal cielo.


Poi mi dice: “ Il filo conduttore comunque sarà il colore: in ogni foto voglio avere qualcosa di rosso”.


Martedì prossimo siamo sul set.

LE VIE DEL SIGNORE SONO INFINITE? Ovvero: Un Cappello Val Bene Una Messa


 


 


Desidero ora illustrare le ragioni che mi spingono a  tornare in  Chiesa – dopo oltre un decennio di latitanza- per assistere alla tradizionale messa della domenica.


Da brava borghese ho subito per tutta la mia infanzia, con astio sempre crescente, il rito domenicale condito da canzoncine più o meno demenziali,  finchè non ho raggiunto l’età sindacale per la ribellione.


La presenza di prelati in famiglia non faceva che alimentare il mio odio, perché ogni ricorrenza era buona per una Santa Messa con tutti i crismi.


Quindi, un po’ alla volta per non dare troppo nell’occhio, ho abbandonato del tutto le mie frequentazioni liturgiche, e alla Chiesa non ho più pensato se non per darle contro.


 


Ultimamente, sono impegnata in una ristrutturazione profonda di me stessa (Pollyanna goes to Hollywood, 17 maggio). Lo scopo, ovviamente è la Felicità, il Sommo Bene, chiamalo come ti pare. La mia ricetta è sempre la solita: basta volerlo. Faccio quello che mi rende felice. Un blog, un weekend a Parigi, un servizio fotografico. Piccole cose, per carità, forse inezie, però lo trovo meglio che stare a ad ammazzarsi di seghe (mentali, of course). Secondo me funziona.


 


Com’è noto, adoro le mise da giorno un po’ retrò e se posso sfoggiare un cappello – pillowbox, con la veletta oppure a tesa larga- sfioro lo stato di beatitudine.


E dove si può sfoggiare un abito da giorno vintage -appunto guanti e cappello- alle 11 di mattina, se non si è Sua Maestà Elisabetta II?


Dio salvi la regina:la chiesa è il posto perfetto.


Oltretutto, ultimamente sto facendo una vita da cardiopalma – ristrutturazioni, trasloco, lavoro uscite e quel che ne consegue - e di sicuro un’oretta di simil-mantra alla settimana male non può fare: sono un lusso mica da poco 60 minuti da dedicare a se stessi. Ed è più economico di una seduta di yoga.


 


O forse, mi sto solo santificando per osmosi. (See And be Seen, 21 agosto)


martedì 12 settembre 2006

TO DO LIST  PER IL PROSSIMO FINE SETTIMANA


- Passare da Kartell a comprare il tavolino


-Chiedere a Mr.DJ la Playlist


- Passare al Fetish store


-Andare a messa



A volte mi viene il dubbio di essere un po' borderline.

lunedì 11 settembre 2006

AD OGNUNO IL SUO VIAGGIO: INTERVISTA A FRANCESCO AMATO, REGISTA DI     “ MA CHE CI FACCIO QUI!”


 locandina


Il viaggio è un tema che da duemila anni in qua non perde fascino.

Ulisse. I clerici vagantes. I grand tour del settecento.

Oggi però, nell’era del low cost e dei pacchetti tutto compreso, il viaggio vero -quello che ti segna e ti insegna- è merce sempre più rara, e nessun tour operator ce l’ha nei suoi cataloghi.


Tuttavia, viaggiare non è sempre questione di chilometri, come suggerisce “ Ma che ci faccio qui!”, poetico lungometraggio d’esordio di Francesco Amato. A volte si può viaggiare anche con la testa, scoprire mondi nuovi e misteriosi dietro l’angolo e rimanerne segnati come se si fosse scoperto un nuovo continente.


Questo succede ad Alessio, liceale scapestrato interpretato con freschezza da Daniele De Angelis : anche se non va lontano in sella al suo scooter sgangherato, si allontana di anni luce dal suo mondo e alla fine del suo non-viaggio è cresciuto, è cambiato, e soprattutto, ha viaggiato per davvero.


In occasione dell’uscita del film nelle sale il 1° Settembre, ho intervistato il regista Francesco Amato e Chiara Boschiero, impegnata nella produzione del film.


 


 


Che cosa vi ha fatto capire che questa era la storia giusta sulla quale lavorare?


 Francesco:


C’erano due cose belle, anzi tre.


La prima: mi incuriosiva e divertiva raccontare la storia di uno sfigato (che non sa assolutamente di esserlo, tipo il grande Bandini di Fante) che cresce e prende coscienza delle cose belle grazie ad una serie di fallimenti. In pratica più sfighe capitano, più lui tenta di superarle: c’è uno spirito caparbio, tenace, cocciuto, ma allo stesso tempo candido ed ingenuo in questo personaggio. C’è una profonda volontà di fare che è poi l’aspetto che più di altri unisce me al protagonista, al film, a questa esperienza faticosa ed entusiasmante.


L’altra cosa bella che ho pensato quando mi è stato prospettato questo progetto, era che questo film lo avrei fatto con i miei compagni di scuola, come me diplomandi al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, e questo significava non interrompere il percorso che avevamo fatto insieme, ma concretizzarlo in un’esperienza che è stata un dono dio del cinema. L’unica condizione era  quella di avere fiducia l’uno nell’altro e tutti quanti nel regista: la complicità che c’è tra di noi  -l’organizzatrice Chiara Boschiero, la scenografa Marinella Perrotta, il direttore della fotografia Federico Annichiarico, la costumista Medile Saulityte, il fonico Piero Fancellu, il montatore Giggi Mearelli -  ci ha permesso di affrontare e vincere le difficoltà. La terza cosa bella mi sa che me la stai per chiedere…


 


Chiara:


La vicinanza con il personaggio di Alessio, che non si lascia demoralizzare dalle sconfitte ma le sa trasformare in vittorie con la creatività di chi vive la vita con entusiasmo e curiosità. Anche il nostro gruppo di lavoro è così, dalla scenografa al direttore della fotografia (tutti allievi del Centro Sperimentale di Cinematografia, nonché amici che da tre anni studiano e lavorano insieme).

Abbiamo deciso di raccontare una storia che ci è vicina, che conosciamo, perché la nostra adolescenza non è passata poi da molto( l’età media della troupe è di 27 anni) e ancora, in fondo, condividiamo il punto di vista di Alessio.


Quando si lavora primo film, ritengo sia bene partire da una storia che ti appartiene…è così più facile poi trovare la chiave artistica per narrarla al pubblico. Volevamo fare un film senza troppe pretese, solo quella di regalare emozioni e un po’ dell’energia positiva del nostro protagonista. La cura nella scelta degli attori penso sia stata fondamentale, come l’uso di movimenti di macchina di ampio respiro e la ricerca delle location: niente è lasciato al caso, ma il pubblico lo deve sentire come la più naturale delle scelte.


Quello che mi ha colpito subito nella sceneggiatura è una speciale commistione tra realismo e favola che in alcune scene diventa poesia. Penso alla scena del lancio degli ombrelloni in mare, in cui si rinsalda la famiglia di Tonino e il rapporto tra l’uomo e quella terra che lo rifiuta volendo abbattere il suo stabilimento. Noi ci siamo calati nei nostri personaggi come in un guanto e gli abbiamo dato vita come se raccontassimo noi stessi.


Eravamo le persone giuste per fare un film sul viaggio di un diciottenne sognatore. Per questo motivo Rai Cinema e Istituto Luce hanno investito su di noi. Inoltre il pubblico giovane sente la mancanza di film italiani che parlino la sua stessa lingua (vedi il successo di Notte prima degli esami)…e noi ci abbiamo provato, dato che è anche la nostra!




Le figure femminili che incontra il protagonista, Martina in primo luogo, non hanno molto di tradizionale. Come mai questa scelta?


 Francesco:


Ecco appunto, Martina.


Di lei avevo scritto molto anche prima di “Ma che ci faccio qui!”, è ciò che mi aggancia al mio passato, il personaggio che mi ha convinto a fare questo film. L’ho trovato per caso in una ragazza di Torino dal corpo androgino e la voce afona.

Mi ha affascinato immediatamente. Mi sembrava assimilabile a figure femminili del cinema francese, come le attrici del film di Zonca La vita sognata degli Angeli, o Rosetta dei Dardenne, o l’Hillary Swank di Boys Don’t Cry. La voce invece ricorda quella della Golino o della Bruni Tedeschi, attrici che stimo molto.

La costruzione del personaggio è avvenuta attraverso il confronto.


Il rapporto sul set è stato travagliato, perché Chiara ( Chiara Nicola, attrice che interpreta il ruolo di Martina ndr) ha una personalità molto spiccata ma benché questa relazione fosse basata sul conflitto siamo riusciti entrambi a dare molto a questo personaggio.


Chiara:


 Non volevamo cadere nei soliti clichè dei film cosiddetti “giovanilistici”, dove il ragazzino si innamora della bellona di turno e diventa uomo.

Per questo motivo abbiamo cercato una Martina speciale, ruvida e nello stesso tempo affascinante. Martina gioca a calcio e reagisce con rabbia alle provocazioni, ma anche quando si innamora di Alessio non perde la sua forza e la sua schiettezza. Non si evolve da “brutto anatroccolo” a “principessa”, come accade in molti film, ma rimane fedele a se stessa e in questo dimostra la sua autenticità.

Per questo ruolo la ricerca è stata lunga, poi l’abbiamo trovata mentre camminava davanti all’università di Torino: Chiara Nicola possiede un’energia difficile da trovare. E’ combattiva e fragile allo stesso tempo, ha uno sguardo intenso su un corpo da bambina.


Anche per le altre figure femminili c’è stata una ricerca accurata.


Con il personaggio di Rossella, interpretato da Manuela Ungaro, abbiamo ironizzato una figura di seduttrice  e madre allo stesso tempo, una donna che vorrebbe tornare ragazzina.

Corinna invece è una donna straniera con un passato oscuro, che si racconta con lo sguardo. Non abbiamo bisogno di dire molto sulla sua relazione con Tonino e Martina, perchè l’attrice Alina Nedelea riesce a farci intuire molto con semplici gesti. Abbiamo scelto una Corinna rumena, per avvicinarci il più possibile allo spirito realistico del racconto. Ma che ci faccio qui! è un’avventura, ma racconta anche uno spaccato di vita quotidiana.


 


Qual è il sentimento con cui vorreste che gli spettatori lasciassero la sala, dopo aver visto il vostro film?


 Francesco:


Questa domanda me la fece Paolo Sassanelli, uno degli attori del film, qualche giorno prima di cominciare le riprese: ci ho pensato a lungo, poi gli ho risposto: la tenerezza. Sentimento che si genera dentro al film attraverso la relazione tra i personaggi, e fuori del film, grazie alla relazione tra gli attori e il regista.


Chiara: entusiasmo.


 


Cosa farà Alessio, una volta ricominciata la scuola?


 Francesco:


Sfancula suo padre e si concede un anno sabbatico ad Amsterdam, dove impara a suonare il basso elettrico, per poi capire che la quella vita ha un gusto effimero, e quindi ritornare al liceo, ripetere l’anno perso in una dimensione di disonorevole cazzeggio. Ma fuori dal liceo si ripiglia, decidendo di diventare un regista cinematografico.


Chiara:

progetterà il suo prossimo viaggio.


 


E voi, adesso, cosa farete?


 Francesco:


Vorrei fare un film che racconta il ritorno sulla terra degli astronauti dell’Apollo11, di ritorno dalla luna, oppure un documentario sull’intimità della coppia.

Chiara:

 Inizieremo a lavorare al prossimo progetto per lungometraggio…perché come Alessio sentiamo il bisogno di non fermarci mai, il mondo ci aspetta!

mercoledì 6 settembre 2006

LIKE IT DON'T LIKE IT



Mi Piace


il cioccolato fondente, le poesie di Catullo, le geisha, la Coca-Cola light, i sonetti di Shakespeare, i film anni ’50, i cani, Audrey Hepburn, gli occhiali da sole, la metropolitana,  Jackie Kennedy, i Franz Ferdinand, i mercatini di brocantage, viaggiare, il profumo, scrivere, il gelsomino, il thé, le feste eleganti, i film di Francis Veber, il burlesque, le fragole, gli hentai manga, gli aeroporti, il caffè americano, i Baby Shambles, le caramelle alla violetta, le pellicce, le scarpe col tacco alto, leggere, gli alberi secolari, le calze con la cucitura,  i pois, il vintage, il vino, fumare, il cinema, le ostriche, il Giappone, l’ottimismo, Parigi, le borse Bottega Veneta, le perle, la Moda, fare foto con la digitale, le ballerine di Porselli e di Repetto, i Libertines, la neve, le ciliegie, l’opera, la vodka, il bon ton, i White Stripes, il rumore della pioggia, i film di Baz Luhrmann, il burlesque, i Doors, il balletto, la monarchia, Internet, ballare, il bloody mary, il fetish, gli outlet, i fiori, la Versilia, fare a botte per gioco.


 


 


 


Non mi Piace


Gli autobus, gli insetti, Roberto Cavalli, la TV, il perbenismo, la Chiesa, la marmellata di albicocche, il Cuba Libre, la maleducazione, gli stadi, la cucina bolognese, l’abbronzatura, le droghe pesanti, i best seller americani, le scimmie, le pellicce finte, suonare il pianoforte, i loghi in vista, la matematica, le periferie, i sabot, i saldi, la Riviera Romagnola, gli USA, i film porno, le sneakers, la trasandatezza, Vasco Rossi e pure Ligabue, i film dei fratelli Vanzina, i videogiochi, le piante verdi, le telecronache sportive, la domenica sera, gli estremismi,  le imitazioni, la volgarità, il trucco pesante, l’Ikea, i luoghi troppo affollati.


 


To be Updated

venerdì 1 settembre 2006

SOULSCARS


 


Ho parecchie cictarici: quasi invisibili, minuscole, nascoste. Ma io so che ci sono. E mi piace guardarle perché ognuna conserva in sé un ricordo, che rimane vivo a dispetto del tempo che passa proprio in virtù di quell’insignificante segno sulla pelle.

Attimi altrimenti fortuiti che ricordiamo perché ci hanno segnato. In senso letterale. È come guardare un album di fotografie.


Quel pomeriggio che mentre mia madre riposava  avevo deciso che era ora di avere un piercing, e mi sono infilata un ago da materassi su un sopracciglio.


Quell’altra volta che per fare la splendida con la mia bicicletta nuova – giustificata, avevo 8 anni- mi sono schiantata in su un platano con gran danno della mia olandesina rossa.


Quell mattina che mentre assonnata rigiravo l’arrosto mi sono marchiata a fuoco come un vitello con la piastra del forno rovente: mi basta guardare questi piccoli segni per rivivere nella sua interezza un pomeriggio da liceale annoiata, una scampagnata d’estate infantile, i preparativi per il pranzo della domenica.


E poi c’è la volta che mi sono spenta una sigaretta addosso giusto per vedere com’era, quell’altra che avevo scaldato la ceretta ad una temperaura da reattore nucleare, per un po’ ho avuto perfino il segno di un graffio di tigre – giuro, degli amici pazzi avevano un cucciolo in casa. Purtroppo quello quando ho preso il sole è sparito: mi sentivo sandokan con una cicatrice del genere. Anyway, mica ci sono solo le cicatrici della pelle.


Ci sono luoghi, parole, canzoni che si associano indissolubilmente ad un preciso istante e diventano come cicatrici per l’anima. Ogni volta che ripassiamo in quel posto, che riascoltiamo quelle note o diciamo quella parola veniamo catapultati in un attimo preciso  che ha smesso di esistere anni fa, ma è che vivo e vitale in quella cicatrice dell’anima e  solo per noi si conserva.


Prendi l’aula del tuo primo giorno di scuola: non puoi tornarci senza sentire l’odore dei quaderni e provare l’ansia mista ed eccitazione di quando ti sei seduto per la prima volta tra i banchi.


La canzone della prima vacanza con gli amici.


La prima macchina che hai guidato.


Un libro letto in un momento importante.


Le cicatrici dell’anima sono la scorza tangibile dei ricordi – una canzone che strappa un sorriso o un portone che chiama la lacrima- e ogni volta ci rammentano che abbiamo vissuto.