sabato 29 aprile 2006

DISCOVERYCHANNEL: I BITCH-BOYS


 


Il bitch-boy è il tipico manzetto da spiaggia.


Lo è anche a gennaio, quando indossa un piumino firmato o similia e fuori c’è mezzo metro di neve.


La sua è un’ attitude innata, in parole povere è narcisita nel DNA.


Relazionalmente parlando, non gliene frega niente di niente: a lui basta piacere, e quando ha la certezza di farlo, si concede a te anima e corpo. E se la prima a volte capita che scarseggi, spesso il secondo è di tutto rispetto.


Perché il BB, da vero narcisita qual è, non può fare a meno di curare il proprio aspetto. Ci sono i Fisici vanno in palestra e si nutrono solo  di riso integrale, yougrt magro e pollo bollito, i Fashion che puntano sul total look integato – che scelgano il (finto) povero alla  Kurt Cobain o lo stile very corporate di JFK Jr- gli Hair che hanno sempre capelli curati e tagliati all’ultima moda e poi i Beauty – insopportabili- che si fanno le meches ai capelli e si depilano le sopracciglia. Dall’ibridazione di queste sottospecie nascono gli esemplari più folcoristici, tipo il Fisico/Beauty -palestrato con autoabbronzante e sopracciglio rifatto- o il Fashion/Beauty che in genere ha più meches di te, ti frega di nascosto le creme e se è stronzo ti fa pure osservazioni del tipo:” Tesoro, con quella calza mi sembri una barbona”.


La fauna dei BB, comunque, è mutevole e variegata.


Alcuni fanno parte della categoria per anni, e in genere diventano quasi-famosi, sembrano un po’ la sottocopia madeinchina dei vecchi play-boy anni ’50.


Per altri è solo una fase, magari legata all’età o alla contingenza; e poi ci sono i Binge-Bitching, che cazzeggiano abitualmente, ma solo tra una relazione seria e l’altra.


Infine ci sono i BBB Bastard-Bitch-Boy, che sembrno animati da una specie di rivalsa: meglio stare lontani, ve l’assicuro.


Per potersi definire tali, comunque, i bitch-boy fanno dono della cosa più preziosa che esiste (loro stessi) alle fortunate donzelle che sanno apprezzare le loro doti, novelli Casanova con una missione da compiere.


La maggior parte coltiva RelazioniFisseMultiple, cioè storie contemporanee con più partner, che possono durare settimane, mesi e a volte anni, in cui si alternano le amiche come si fa con i locali. Con il suo piccolo harem il BB intrattiene perlopiù rapporti piacevoli e superficiali: per questa ragione in genere può diventare un eccellente scopamico. Comunque, non tutte queste relazioni hanno risvolti carnali: il bitch-boy può anche semplicemente risolvere una serata fiacca, sempre che tu sia disposta a trovarlo davvero carino. Oltretutto spesso questa razza è habitué nei locali più trendy, o più di nicchia, o più esclusivi: insomma, sanno divertirsi e far divertire. A volte sono provetti ballerini, oppure organizzano festoni, se giovani hanno magari una rockband, la cui ragione di vita sono chiaramente le goupies. In ogni caso, è sempre lui la star. E  tutto questo, detto tra noi, può essere molto riposante.


Inoltre, spesso queste manie di protagonismo possono dare luogo ed episiodi memorabili, tipo uno strip tease improvvisato a qualche festa alcolica, servizi fotografici alla Derek Zoolander o figure di merda di quelle colossali.


Spesso in virtù di questi fatti leggendari, il BB entra nella mitologia personale degli sfortunati che vi assistono, ma capita che le loro imprese ottengono ancora maggiore fama – come quella volta che le foto oséé di un amico, in cui erano coivolti un sedere e un telefono cellulare, furono trasformate in volantini e distribuite all’università. Uno scherzo, dissero gli amici. Ma ancora oggi tutti o ricordano.


Insomma alcuni BB raggiungono l’Olimpo. E il loro nome rimane impresso negli annali della memoria psuedotrash collettiva. Nel bene o nel male sono diventati famosi. E non è questo, quello che volevano?

ROMA KAPUTT MUNDI


Con il look’n’feel di una profuga armena mi accingo a partire per Roma.


La mia vacanza ha ufficialmente inizio non appena metto piede sul treno: cinque ore filate  tutte per me sono merce rara, di questi giorni. Approfitto di questo tempo per saldare -almeno in parte- il debito di sonno che grava come un’ipoteca sul mio equilibrio fisico e mentale, minando seriamente la mia stabilità emotiva. Ritemprata dalla pennichella-extra arrivo nella città eterna, dove mi accolgono Claire e Mel, storiche amiche e compagne di bisboccia fin dagli ingrati anni del liceo.


Apperecchi ai denti, permanenti disatrose, tragiche cadute di stile: noi tre abbiamo proprio condiviso tutti i momenti bui di ogni adolescenza che si rispetti.


Ci accomuna persino l’ esperienza più deprimente di cui io abbia memoria: tutto un luglio afoso a studiare latino, morfologia e sintassi comprese, in aule studio deserte e senza ventilatori, mentre il resto del mondo se la spassa in spiaggia.


Quei momenti infausti sono però ormai solo un ricordo: grazie a dio adesso siamo tre donne, padrone di noi stesse e dell’Urbe intera.


Prendiamo possesso del territorio  con una passeggiata cultural-consumista, che prevede visite ai monumenti del centro con pit stop ragionati nei negozi in via del Corso.


Ovviamente  mi sento Audrey Hepburn in persona, e compro un cappello grande come un fungo atomico: a Piazza di Spagna facciamo le dive, e i turisti si fermano pure a guardarci.


Ceniamo in una piccola enoteca, un cosa informale a cui si aggiungono un po’ di amici: qualche bottiglia di vino accompagnata da chiacchiere ed assaggi, e decidiamo di spostarci in un locale radical-chic…


A dire il vero si tratta di un centro sociale, ma si sa, sono in vacanza, e poi dopotutto c’è sempre una prima volta. Entro un’ora – e un paio di drink- stiamo ballando come baccanti. La serata va avanti ad fino ad ora inoltrata, ed è quasi un peccato quando, su di noi accampati sul terrazzo di Claire, spunta pian piano la prima luce del mattino.


Alla fine però siamo sempre noi tre, e anche se siamo cresciute – e siamo senz’altro più fighe di un tempo- continuiamo a domandarci le stesse cose sulla vita: quale sia la scelta giusta, che si parli di politica interna o di correttori per le occhiaie, che si valutino opportunità di carriera o si diquisisca dottamente di sextoys.


Stese in spiaggia ci rigiriamo come polli su uno spiedo, e infervorate dalle infauste riviste di gossip a cui Mel non rinuncia in questi frangenti, passiamo in rassegna le nostre ultime avventure sentimentali.  Dai dettagli piccanti ai drammoni esistenziali, non c’è un aspetto che non venga sottoposto ad un processo di simil-vivisezione, e noi giochiamo il ruolo degli scienziati pazzi.


Niente è come ce lo eravamo immaginate, ma a pensarci bene forse è meglio così: la vita ci ha tolto tonnellate di certezze, ma ci ha anche riservato un sacco di sorprese.


E così, se abbiamo perso o rinunciato per strada a cose che credevamo totalmente imprenscindibili, non ci siamo mai date per vinte e abbiamo sempre raccolto la sfida.


“Audaces fortuna iuvat” potrebbe essere il nostro motto, se fossimo una di quelle confraternite che si vedono nei college-movie americani.


E poi la responsabilità non ci spaventa, ma siamo capaci di goderci le piccole gioie della vita, che guarda caso, sono anche le più autentiche.


Come normali ed autentiche sono le cose che facciamo l’utima serata che passiamo insieme, una delle più divertenti&perfette che di cui io conservi ad oggi memoria.


Un drink in piazzetta con un gran gruppo di gente. Due birre, la Sera di Roma e un mucchio di persone diverse ed interessanti. Il Carismatico, la Fantastica,  il Principe, l’Alternativa: ci sono proprio tutti stasera, la conversazione è frizzante come il prosecco. Mel è accompagnata dal suo fidanzato – fa discorsi strani ultimamente, tipo sul matrimonio e il Diritto alla Vita-  proprio lei che era quella cinica e disillusa. Però si vede che sta da Dio.
Ceniamo tra amiche e deicidiamo che questa sera ci serve assolutamente un pizzico di avventura: ci imbuchiamo ad una festa di una regista-non-so-che dopo aver reclutato un paio di accompagnatori.


“Come andarsele a cercare”, riferito naturalmente alle figure di merda, potrebbe essere il sottotitolo della nostra incauta sortita. Quando facciamo il nostro ingresso trionfale in casa della famosa regista, si sono appena abbassate le luci, e la festeggiata sta soffiando su una torta con quaranta candeline.


Vorremmo di farci piccoli  -anzi invisibili- ma siamo sei, troppi, e  abbiamo tutti gli occhi ormai puntati addosso; senza contare che è difficilissimo mimetzzarsi, quando gli altri invitati - quindici in totale- sono attori conosciuti o consanguinei della festeggiata.


Ometto la parte imbarazzantissima delle presentazioni con la padrona di casa, la Singora Regista, per lasciar immaginare il panico generalizzato che coglie la nostra combriccola, a ritrovarsi in un salotto intellettuale quando pensava di andare a un festino trasgressivo. Le abili doti diplomatiche di Claire (che ha l’aria tanto ingenua, ma è davvero una tosta) ci traggono d’impiccio, mentre io PR d’assalto distraggo i padroni di casa dal fuggi fuggi generale.


Ci facciamo delle grasse risate, mentre stipati nella macchina di Claire raggiungiamo gli altri amici in un nuovo locale radical-chic. Il concerto è reggae, e l’umore pure, rilassato and take it easy come poche volte. Quando i ritmi si fanno più latini, anche l’atmosfera muta di tono e gli amici di turno si trasformano nei flirt del momento.


Alle sei del mattino stiamo ancora ballando la Salsa, e anche se io non so fare neanche un passo, tutto viene spontaneo e meravigliosamente bene.


Mi viene da chiedermi come sia possibile.


Comunque, quella notte non dormiamo nemmeno un secondo, e  poi ricominciamo  -come niente fosse- una nuova giornata.


Per me sono anche queste le piccole gioie della vita.

DISCOVERYCHANNEL: IL TOY-BOY





Il fatto è che a volte una ( una donna, una ragazza, una nonna) ha proprio bisogno di rilassarsi, mettere il cervello in stand-by e godersi qualcosa o qualcuno senza doverci pensare troppo.


Detto così sembra facile –ovvio- ma se provate a pensarci bene, vi renderete conto che si tratta di un’impresa tutt’altro che scontata.


Prendi una serata di quelle che torni dal lavoro e sei stanca-distrutta, il frigo è talmente deserto che ormai è preda di una crisi esistenziale – della serie: Che senso ha la mia vita?Qual è lo scopo di tutto ciò?- e i dvd della tua collezione ormai li hai già visti tutti almeno 10 volte, in ognuna delle lingue disponibili.


Uscire non se ne parla: nessuna donna sana di mente prende in considerazione l’idea di risalire sui tacchi 10 (che in genere, dopo 12 ore ti hanno lasciato le stigmate che neanche Santa Chiara) senza avere un piano preciso.


E tu un piano non ce l’hai proprio: lo sforzo di formulare un solo altro pensiero potrebbe ucciderti, stasera,  di questo sei più che certa.


Provi a chiamare qualche amica, e ti ricordi subito di che cosa vi lega: avete proprio un sacco di aspetti in comune, e la pigrizia è senz’altro tra questi. In genere la telefonata si trasforma nel giro di pochi minuti in una specie di incontro di sumo telefonico, in cui ognuno dei combattenti insiste nel pietoso tentativo di far scollare la controparte dal suo divano per trascinarla nel proprio. Se nessuna delle due cede, alza le chiappe, si infila i tacchi (ma sono ammesse in questi casi disperati sortite in ugg boots o infradito) chiama un taxi e va a collassare sul divano dell’altra, in genere si finisce a chiacchierare per ore facendo lievitare la bolletta telefonica e non risolvendo adeguatamente il problema: che fare stasera?


Scartata a priori l’ipotesi di andare a noleggiare un dvd ancora ignoto (non trovo la tessera, la videoteca è lontana, e poi che film prendo?), quella di riordinare l’armadio (c’è sempre nelle serate sbagliate il momento in cui ti illudi di poter mettere ordine nella tua vita cominciando dal guardaroba) e quella di fondare una nuova religione (certo, un giorno lo farai, ma proprio adesso?) in genere alla donna desolata e devastata da 14 ore a tu per tu con il PC non rimane molto di cui gioire.


Anzi, non rimaneva molto, fino a qualche tempo fa.


Ma adesso le cose sono cambiate. La working-girl non è più una zitella inacidita che sfoga le frustrazioni in ufficio e indossa orribili tailleur con spalle stile giocatore di rugby (chi si ricorda quelli di Melanine Griffith in “ Una donna in carriera”? Mi vengono i brividi solo a ripensarci) e se il lavoro occupa gran parte delle sue giornate, la girl up-to-date fa di necessità virtù e si inventa una soluzione per ogni problema.


Nessun tempo per fare la spesa? No problem! Clicchi il pomodoro, e le provviste te le ritrovi direttamente nel frigorifero (specie se ti sei ricordata di lasciare le chiavi di casa e la mancia alla portinaia), in caso contrario, di solito una perlustrazione del marciapiede davanti all’ingresso permette di recuperare gli acquisti effettuati online.


Vorresti tanto del sushi, ma non riesci a schiodarti dal famoso divano? Nevermind: un colpo di telefono, e un furgoncino refrigerato è pronto a rifornirti di maki, nigiri, zuppa di miso e grappa giapponese (pericoloso).


Sei stanca e affranta e hai bisogno di una serata di coccole ( ovviamente senza nessun contorno di preoccupazion non richieste)? Ringrazi in cuor tuo quella santa donna di  Demi Moore e chiami al volo il tuo toy-boy.


Grande invenzione quella dell’uomo giocattolo, che pur avendo origine nella notte dei tempi, è stata solo recentemente sdoganata.


Siamo tutte debitrici alla signora Moore, che ha riabilitato,più che il giovane amante,  la signora più grande che a lui si accompagna: se  prima la si guardava con sospetto, adesso la si addita con invidia malcelata, come detentrice dell’ultimo inarrivabile status symbol.


Oddio, inarrivabile fino ad un certo punto.


Se è possibile comprare su e-bay l’ultima borsa must-have ancora prima che si renda disponibile nelle boutique del centro, come pensare che una giovane donna ( oltretutto: ancora ben lontana dalla fatidica soglia degli anta) non riesca a procurarsi anche lei l’agognato oggetto del desiderio?


Detto fatto, ho recuperato un toyboy di quelli da manuale.


Junior, così l’ho battezzato, è proprio carino.

Anzi, è davvero bello e lo sa perfettamente. E questa consapevolezza gli regala un’arroganza che per me è una sfida eccitante.

Da subito mi è sembrato insopportabilmente irresitibile. Irresistibilmente insopportabile!

Su questa dicotomia abbiamo costruito tutto un rapporto.

Un rapporto sui generis of course, perché cartteristica peculiare del toyboy è la tenera età, e lui ha a malapena  l’età legale per non farmi finire in galera.

Anche lui, come Ashton, abita una lussuosa dimora che fa molto Architectural Digest, ma dato che non siamo ad Hollywood, c’è suo padre al posto di Demi Moore.

Ad ogni modo, credo che lui sia felice di aver trovato una donna che –giusto come passatempo - si premura di ricordargli che nonostante le pose da divo, rimane un comune mortale.

Io, dal canto mio, traggo numerosi vantaggi dalle saltuarie frequentazioni con toy-boy.

Innanzitutto voglio menzionare gli sguardi di cui sono oggetto: non sarà politically correct ma per l’autostima sono meglio di una botta di prozac.

Secondo, in sua compagnia, vengo teletrasportata in una dimensione parallela, in cui c’è ancora tempo per passare una domenica pomeriggio avvoltolati sul divano, o per andare al parco a bere birra e strimpellare la chitarra.

Terzo, ma assolutamente fondamentale, Junior ha la capacità di trascinarmi nel suo universo leggero e patinato, dove la Responsabilità non ha cittadinanza, ”Lavoro” è una cosa misteriosa e lontana, circa come Plutone, e i veri dilemmi della vita sono: Cosa mi metto? Quale sarà il locale più Giusto? Meglio Cortina o Forte dei Marmi?


Riuscite ad immaginare qualcosa di più azzeccato, per una serata come questa?

LA SFIGA GENERAZIONALE


 


 


1.Dispetti Karmici


 


Il Fra è il classico Ex-Che-Ti-Ha-Spezzato-Il-Cuore.


Quello che, anche dopo anni che è finita e tu ti sei rifatta una vita – molto migliore di quella che avresti avuto con lui, of course- ti fa covare un sentimento di vendetta feroce che supera abbondantemente i limiti del patologico.


Devo dire comunque che ultimamente, forse in virtù del fatto che sono passate ere geologiche dall’epoca in cui ci siamo reciprocamente sfanculati ( OK. Lui ha sfanculato me. Io ho perso ogni parvenza di dignità.), o forse perché in tutto questo tempo casualmente non ci siamo mai incontrati, il suo ricordo si era fatto sempre più vago.


La sua figura, grazie ad un graduale ed affascinante processo di Rimozione, stava finalmente migrando verso il paradiso fiscale della memoria.


Ma proprio nel momento in cui, guarda caso,  io ho appena avuto un’ esperienza che non esito a definire di pre-morte, ecco che ha luogo il fatidico (re)incontro.


Chiaramente, sapevo che sarebbe successo, e mi ero già fatta tutti i miei film: sarò bellissima, sarò fighissima, lui si mangerà le mani.
Ammetto che il Karma mi coglie un po’ di sorpresa, ma non dispero: dopotutto sono in gran tiro stasera, sono alla festa con la gente giusta e in poche parole faccio la mia porca figura.


I due mojito che ho già ingurgitato mi regalano (almeno credo) un’attitude molto cool.


Il Fra si avvicina, mi saluta come se ci fossimo visti due ore prima allo spritz, e attacca a raccontarmi della sua nuova vita.


Sorpresa e ammetto, gratificata, fingo un gran interesse mentre cerco di indovinare il fine ultimo della conversazione.


Non devo attendere a lungo: nel giro di un drink ecco che mi annuncia la lieta novella: “Ah e, a proposito, sai che a fine giugno mi sposo?”.


 “Con quella che ho incontrato dopo aver mollato te” dice la GROSSA scritta al neon lampeggiante che vedo apparire sopra la sua testa.


La sua coscienza – che a quanto pare si fa viva solo adesso- gli impone di comunicarmi ufficialmente questa novità che avrei preferito ingnorare.


Comunque, ormai sono adulta, e non perdo un grammo del mio understatement: sorrido, mi congratulo come da copione, concludo la conversazione con tutti i crismi del bon ton.


Poi, mi lancio nella bolgia del locale, dove mi faccio confortare da un numero imprecisato di Long Island e da un gran bel pezzo di figliolo tedesco di cui ancora oggi ignoro il nome.


 


 


 


 


2. Epicureismo Zen


 


Una settimana dopo i fatti, la lacrimevole storia di cui sopra era stata felicemente archiviata.


Ma un giorno, mentre come un demiurgo mi accingo a portare ordine tra le mie calzature, mi telefona Victoria.


Spiccia i convenevoli in quattro e quattr’otto perché, dice, deve darmi una notizia che non necessita di preamboli: il matrimonio del Fra è stato annullato.


Ammetto che il Karma mi sta improvvisamente più simpatico, ma la cosa non mi rende felice.


Più che altro mi allarma.


Mi ricordo d’un tratto una proiezione statistica, che recitava col solito tono saccente: ”Nel 2012 la metà della popolazione tra i 30 i 50 anni sarà single”.


Odio le fottute statistiche, e questa in particolare, perchè mi era suonata come una condanna.


Insomma, perché proprio noi? E quelli che nel 2012 avranno 25 anni, vivranno per sempre  felici e contenti? Uffa, e poi tutto quello che vedo in giro sembra darle ragione.


Sistemare le scarpe nelle loro scatole è un’attività che da sempre mi è sembrata molto zen.


E credo che avrei le carte per diventare una monaca buddhista, mentre continuo a meditare sullo scottante tema “ Che cazzo, siamo condannati alla solitudine?”.


Forse sì, saremo tutti soli, ma mi consola pensare che saremo proprio in tanti. I segnali, è vero,  ci sono: l’ egoismo emotivo è dilagante. Innegabile. Resistere sarebbe come nuotare contro corrente: fai un casino di fatica e non vai da nessuna parte.


Mi vengono in mente milioni di esempi di persone che conosco, e siamo tutti sulla stessa barca.


La stabilità emotiva è un lusso del passato, come la cuoca fissa o i bauli al seguito.


Vedo gente che sta insieme una vita senza mai condividere la casa, e coniugi separati che vivono sotto lo stesso tetto.


Coppie che si sposano nel giro di due mesi, e altre che dopo dieci anni di convivenza ancora non se la sentono di fare il grande passo.


Mariti irreprensibili che un giorno mollano moglie e pargoli per un aitante giovanotto,  e ragazze di sessant’anni col fidanzato di trenta.


Conosco ottimisti che hanno divorziato a sessant’anni  e coraggiosi che si sono sposati a settanta.


Ok, non è del tuttoconvenzionale, ma che in questo gande cambiamento si nasconda un’opportunità?


Mentre osservo compiaciuta la pila di Prada, YSL e Marc Jacobs che si staglia maestosa come un grattacielo in miniatura, capisco qual è la strada: di base non abbiamo altra scelta che fidarci del Karma, sperando che anche lui si fidi noi. E, per sicurezza, mai dimentcare di coprirsi le spalle.


Come diceva il veccio adagio: Credi in Dio, ma ricorda di chiudere a chiave la macchina.

MARKETING DELLA CATARSI

 


Colta come da una folgorazione, mi affretto verso l’uscita del negozio e scarico l’ammasso di vestiti che trasporto nelle braccia del securityman appostato alla porta: il che non è affatto carino, ma a mia parziale discolpa posso assicurare che quell’uomo aveva in tutto e per tutto le dimensioni di un armadio.


La mia meta è precisa: c’è una vecchia cartoleria qui a pochi passi, di quelle col bancone di legno ed i blocchi i carta di cotone per provare le stilografiche ed i pastelli. Questa volta però ho quasi fretta: non mi lascio distrarre dall’espositore di matite colorate, che in genere è meta di un piccolo pellegrinaggio, e mi dirigo sicura verso i vassoi con la  carta da lettere. Ne scelgo una di pergamena leggera, percorsa verticalmente da piccole strisce alternate, più o meno opache, visibili solo in controluce. Anche la penna la cerco attentamente: trovo una piccola stilografica da borsetta, interamente laccata di rosa. Mi sembra un colore ben augurante, ed è perfetta con un inchiostro seppia scuro, che fa sembrare tutte le parole romantiche come se fossero state scritte mille anni fa – e che oltretutto si intona alla perfezione alla sfumatura calda della carta che ho scelto.


Quando arrivo a casa, prendo il mio blocco e in un’ora butto giù tutto.


Subito mi inginocchio davanti a un basso tavolino - posizione che riservo aegli scritti ufficiali - per copiare la minuta sul foglio da lettera.


Uso tre fogli: lascio ampi margini sui quattro lati, centrando il testo come in un Editto Imperiale. Uso la calligrafia più ufficiale: elegante e chiara, senza svolazzi.


Poi  automaticamente, prendo il mio computer, lo accendo e ricopio una seconda volta il testo che ho appena vergato, aggiungo un indirizzo di posta elettronica che mi invento al momento e stampo qualche decina di volte.


Poi, per riprendermi dal travaglio di questo improvviso parto emotivo, mi immergo in una vasca di acqua bollente, finchè sento le palpebre che si fanno pesanti.


La mattina dopo il sole è alto, quando mi sveglio con lo stato d’animo di chi ha una missione da compiere.


Infilo in nella borsa i fogli stampati, la lettera chiusa nella sua bella busta coordinata, un rotolo di nastro adesivo e un paio di forbici.


Che questa storia finisca com’è ri-cominiciata.


Non voglio perdere tempo: prendo la metropolitana e in due fermate sono nel cuore del centro:  da qui inizia la mia passeggiata verso casa.


Ad ogni angolo, ad ogni fermata di autobus, tiro fuori lo scotch dalla borsa, taglio quattro pezzetti e incollo al provvisorio supporto:


 


 


Il silenzio vale più di molte parole.


Non era questo, pavido e incapace, l’Uomo a cui avrei consacrato tutta me stessa e la mia vita.


Era forte e fiero e deciso, e adesso scopro che non è mai esistito per davvero.


Eppure… Anche lui dovrà crescere, prima o poi. O forse no.


Ma la felicità era – così la vedo- lì a portata di mano, e sarebbe bastato allungare un braccio per prenderla.


Ma per lui non valeva la pena.


Meglio mentire, e promettere a cuor leggero, piuttosto che imparare a guardarsi dentro con onestà.


Meglio illudere e nascondersi, piuttosto che alzare la fronte ed accettare una sfida.


Non mi fa rabbia tuttavia: è troppo piccolo, e quello che perde così smisurato che lui non può averne che una vaga percezione.


Forse è stato questo il mio sbaglio.


Ma io vado avanti, invece lui non può liberarsi di se stesso. Perché non ne ha il coraggio, e preferisce le meschine certezze di una vita che non credo felice.


Io preferisco morire lottando.


E avrò quello che voglio, perché me lo merito, e perché me lo conquisto.


E dire che anche io avevo paura! Moltissima, e di un sacco di cose.


Della sua famiglia innanzi tutto, del loro riserbo che puzzava di distacco… e del mio desiderio di farne comunque parte.


Mi spaventava la sua superficialità, forse uno scudo per una sensibilità delicata o forse banalità pura e semplice.


Sopra ogni cosa, la sua vigliaccheria mi terrorizzava, forse perché intuivo dove ci avrebbe portato.


Ecco, siamo arrivati.


Eppure, ho sempre sperato nel gesto eclatante che lo avrebbe riscattato, spazzando via i dubbi e rivelandolo per la persona grandiosa che speravo lui fosse.


Ma la mia grande arroganza è stata punita.


Ho voluto metterlo alla prova, per scoprire che lui non è all’altezza.


Ancora una volta non ha combattuto.


Ha chinato la testa, mi ha detto che è giusto chiudere, perché non siamo più dei bambini.


Io No. TU SÍ.


           


 


                                                                                                  OnorevoleNeve@gmail.com


 


 


 


 


A pochi passi da casa, mi libero dell’ultima copia, imbucando la mia lettera a David: so già che lui non capirà, ma forse qualcun altro sì. E soprattutto, adesso ho le sensazione di non aver più niente da dire in proposito, e la vita ha il fascino misto ad appresione di un foglio bianco dove comincia una storia ancora da inventare.


 


 


 


 


 


 


 

CORSO DI EGOLOGIA


L’inizio è scontato.


CIOCCOLATO.


Tanto, nero, amaro. Un po’ come il dolore, solamente,  molto più buono.


In tutte le forme, lecite e illecite: caldo in tazza con una stecca di cannella, in crema dentro una brioche calda, col peperoncino nel gelato più calorico che si ricordi.


Ma la fase del  cioccolato ha vita più breve di quanto credessi: forse in preda a sensi di colpa indotti da canoni estetici che saranno anche irreali ma sono onnipresenti, mi lancio anima e corpo nella fase Beauty Farm.


In questo stadio divento la pasionaria dell’idratante, la paladina dei nutrienti, e le profumerie mi attendono come si aspetta solo Babbo Natale.


La verità è che nonostante tutto sono ancora vulnerabile, e le commesse sembrano subdole quel tanto che basta per fiutare il mio stato di fragilità emotiva: mi si avventano addosso sorridenti e, amabili come pirañha,  riesono a rifilarmi tutto quello di cui non bisogno.
La mia forza morale mi ha temporaneamente abbandonato, e il risulato è del tutto scontato: torno a casa carica di creme dai nomi improbabili che contengono gli ingredienti più inverosimili.


Il bagno diventa il mio posto preferito, e si trasforma in scrittoio, in sala di lettura, in pensatoio.


Questo è il periodo in cui inauguro la rigenerante abitudine dei bagni a tema (in pratica, per ogni paturnia esiste un rimedio).


 


Piccolo vademecum della bagneuse:


 


Dancefloor: luce al neon, l’ultimo cd di Madonna in sottofondo,  una bella vasca d’acqua fresca frizzante di bicarbonato


Woodstock: sigaretta (anche arricchita), musicassetta (il suono imperfetto è parte integrante del programma) dei DOORS, incenso (abitudine presa al liceo per mascherare la sigaretta), acqua calda con qualche untuosissimo olio essenziale, possibilmente speziato


 


Hollywood: accappatoi bianchissimi di spugna, vasca idromassaggio necessariamente rotonda, acqua fresca con whirpool a gogo, una coppa di fragole con ghiaccio, un flute di champagne…e qualcuno con cui brindare!


 


La Vie en Rose: l’omonimo cd di Eith Piaf, un mare di candele possibilmente scure, acqua calda profumata di rosa, vapore vapore e ancora vapore




Sto mollo delle ore in acqua bollente, e cerco le figure nei cumuli di shiuma come si fa con le nuvole d’estate, sdraiati nel prato la domenica pomeriggio.


Mi godo il tepore, sonnecchio, mi invento delle storie,  penso a quello che mi succede.


Ma mi  pongo da subito regole ben chiare.


Posso pensare a quello che succede, a quello che succederà in futuro, ma MAI a quello che è successo in passato.


Naturalmente non ignoro che le regole vengono create per essere trasgredite, ed ogni tanto indulgo nel perverso piacere di indugiare nei ricordi più conforevoli, quelli che ti avvolgono rassicuranti come un vecchio maglione di cachemire che proprio non riesci buttar via.


Ma sono momenti di temporanea distrazione.


Tutte le mie energie se ne vanno nell’impresa di star bene.


Mi concedo tutto quello che può darmi piacere, e metto la massima concetrazione nell’ assaporare ogni cosa.


Faccio anche cose un po’ folli, ma immagino che non sia il caso adesso di stare a considerare quelle che in fondo sono solo sottigliezze, come l’oppurtunità di ordinare ostriche e champagne alle tre del pomeriggio. Mi sento fiera della mia sfrontatezza, mentre sento le bollicine che mi salgono alla testa e noto gli sguardi perplessi degli altri avventori della piccola brasserie in cui mi sono infilata per compiere il misfatto.


Per  sottolineare ulteriormente il mio stato di beatitudine, mi accendo una sigaretta e aspiro volttuose boccate, espirando piccole volute che si sfanno verso l’alto in tremolanti arabeschi azzurrini.


A tratti mi assale il dubbio di essere in preda al delirio di onnipotenza, ma catalogo anche questo pensiero come un dettaglio del tutto passibile di essere trascurato.


E poi, è il momento di passare a quel punto cruciale, imprescindibile in qualunque corso accelerato di recupero dell’autostima – almeno per quel chi mi riguarda- che viene volgarmente denominato Shopping. Questo termine usurato indica e svilisce al tempo stesso quello che considero uno dei principali momenti di creazione del sé, oggi.


Chi voglio essere? Se non lo sono posso almeno sembrarlo: vivamo nella dittatura dell’Immagine, e un motivo ci sarà paure.


Chi sono davvero? Cerco quello che mi rappresenta, che diventerà il mio abito: il messaggio in bottiglia che lancio al resto del mondo, a chi saprà o vorrà coglierlo.


Preparo la spedizione con cura.


Studio l’itinerario sulla mappa e mi sento Indiana Jones che in cerca dell’Arca Perduta; guardo le carte di credito con la stessa lussuria con cui Rambo accarezza con lo sguardo il suo mitra, e in una fredda mattina di Sabato parto per la crociata alla ricerca del mio personale Graal.


Cammino per le strade, e mi stupisco di quanta gente ci sia in giro. Mi sembra di passeggiare per il centro per la prima volta, mi sento un po’ a disagio.


Arrivo all’entrata del mio negozio preferito, quello da cui esco sempre carica come un cammello pronto per la traversata del Sahara e anche qui, accidenti, c’è un mucchio di gente. Fingo di non farci caso, entro e dopo aver inspirato a fondo – che è il mio segnale di inzio della battaglia-,  inizio a guardarmi intorno, girando tra le file abiti appesi. Qualcosa cattura la mia attenzione: è un vestito rosso di leggero tulle, sembra un po’ il tutù di una ballerina, con le bretelline inorciate sulla schiena. Decido che fa per me, perché sorride a tutti dicendo: Ehi sono qui!, e perché da piccola volevo fare la ballerina, ovviamente. Agguanto anche una camicia bianca, pronta a rivelare al mondo il mio lato ascetico e quasi purista. Ma per non avvilire la mia passione per il kitsch (una piaga che cerco di arginare ormai da millenni, ma che come una subdola malattia continua a rispuntare quando sembrava ormai definitivamente sconfitta) mi approprio di cintura nera alta una spanna, chiusa da una vistosa fibbia in ottone cesellato a forma di farfalla, terribilmente anni ’80. Debellare le mie pulsioni verso il kitsch è diventata un’impresa disperata da quando sono tornati di moda gli anni ’80. Ormai rassegnata a quest’evidenza, cedo a un top blu elettrico, con la scollatura decorata di paillettes, e mi consolo pensando che forse, nel contesto appropriato, potrebbe apparire addirittura sobrio.


Momentaneamente appagata, mi dirigo verso la cassa con un braccio carico delle mie conquiste, mentre con l’altro riesco ad acchiapare in extremis un paio di orecchini che sembrano globi da discoteca e un cerchietto per capelli molto Jackie O..


Quando arrivo alla cassa, c’è qualcuno che sta già pagando  e l’attesa a cui mi vedo costretta mi obbliga a qualche secondo di riflessione forzata - nel vero senso della parola-  dai crampi che ormai attanagliano i miei avambracci gravati dal peso delle prede conquistate.


Un pensiero improvviso mi attraversa la mente. Non mi interessa adesso dire “ Ehi sono qui” oppure“ Sono la regina della disco-dance”.


C’è solo una cosa che devo dire ora. E per dirla ci vuole ben più di qualche vestito.

 ASPETTANDO IL MESSIA




Mi sveglio, è giorno. Quale giorno? Come mai non sono al lavo… OH, MERDA!


Il viaggio per l’inferno dura mezzo secondo.


OK -mi dico- sono solo in visita.


Comunque, dicono che sia un posto dove si trova ottima compagnia, anche se il clima non è dei migliori.


Non faccio in tempo  pensare altro, ci sono.


Tutte le facce sono uguali, distorte, come se fossero in una stanza bianca illuminata da una brutta luce al neon.


Tutti parlano, ma non senti niente e vedi solo facce che si muovono.


L’unico rumore che senti è una specie di ronzio continuo in sottofondo. Telefoni esclusi, naturalmente.


Il silenzio del telefono è un assordante frastuono, e sviluppi capacità uditive pari a quelle dei più dotati tra i furetti.


In pratica sei in grado di captare l’arrivo di un sms sul telefono che la vicina del piano d sotto ha infilato dentro alla borsa che sta sotto il suo letto.


I giorni passano – te ne rendi conto perché a un certo punto non c’è in giro più nessuno, si spengono le luci e solo da quello capisci che è Notte - e il tempo sembra non esistere. Sei inerte. Non reagisci. Non puoi fare altro che berti il tuo dolore fino all’ultima goccia.


E io mi faccio mia personale Via Crucis, ma mi preoccupo di salvare le apparenze.


Di giorno sono più o meno normale, ma dopo il crepuscolo mi trasoformo in una bestia mitologica metà Donna e metà Divano, con Ugg boots e scatola di kleenex incorporati. Sono il lupo mannaro della disperazione, ma la cosa mi dà in un certo senso coraggio: insomma l’Uomo Lupo non è anche lui un SuperEroe?


Poi la verità è che sei lì in attesa.


Aspetti lo squillo del telefono, aspetti che la giornata sia finita (per correre al riparo da occhi indiscreti e compiere nella privacy domestica la tua quotidiana metamorfosi), aspetti qualcuno che venga a salvarti da questa dannazione perenne.


Ma in fondo la faccenda del Messia non mi ha mai convinto più di tanto, e d’altro canto non sono mai stata famosa per la mia pazienza.


E col passare dei giorni e delle settimane e dei mesi inzio a credere che, nella sciagurata ipotesi che  Salvatore non si presenti, sia meglio incominciare a darsi da fare.

CRONACA DI UNA SORTE ANNUNCIATA


 


Io, Jack e il Divano: è passata un’oretta e i bicchieri ormai non si contano, in più  anche l’erba fa la sua parte.


Mi sento morire, e come quando si muore per davvero, tutta la mia  vita mi ripassa davanti come un film.


Il bello di Jack è che ascolta, e visto che è un gangster non si lascia commuovere tanto facilmente.


Tutto questo è perfetto per bilanciare lo stato di totale squilibrio emotivo – venato di sano sadomasochismo-  in cui attualmente verso.


Ovviamente la conversazione è a senso unico, è l’argomento su cui verte scontato.


Gli racconto di quando David e io ci siamo conosciuti sui banchi di scuola. Mi dilungo a dismisura su ogni dettaglio stucchevole: posso arrischiarmi, tanto so che Jack è vaccinato, e ne uscirà indenne.


Perciò narro del Primo Bacio – per Primo intendo primo in assoluto- al buio nella cucina inondata di lucciole, durante la festa di fine anno. Il mio racconto ha l’aura mitica dell’età dell’oro.


A buona ragione, in effetti: sto parlando di quell’epoca mitologica in cui ognuno di noi ha vissuto il primo amore.


Ma in questo momento sono troppo egoista per perdermi in vagheggiamenti filosofici: continuo in fastforward e passo a dieci anni dopo. Tanti ne sono passati da quando l’avevo visto l’ultima volta, quando all’ improvviso, mentre lavoro alla mia tesi, una busta lampeggiante sul monitor mi porta un messaggio in bottiglia.


 


“Ciao sono David. Non sono sicuro che sia davvero tua questa casella, ma se hai frequentato la scuola Maria Josè di Savoia, forse ti ricordi di me” .


 


 Al momento non ci faccio tanto caso, ma è solo questione di tempo: organizziamo una rimpatriata che è l’inizio della fine.


<< Passami lo scotch>> bofonchia Jack, che ormai è stato fagocitato dal Divano e sa perfettamente che siamo solo all’inizio, <<mi serve un anestetico>>.


Decido di anestetizzarmi anch’ io, ne ho bisogno per proseguire nel migliore dei modi.


Sta infatti per andare in onda il trailer de La Storia Perfetta, che ovviamente –come tutti i trailer che si rispettino- contiene solo le scene più belle e ti lascia addosso un delizioso senso di suspence. E, naturalmente,  nella maggior parte dei casi è una sòla totale.


Il mio trailer oltretutto è un po’ prolisso, e facciamo in tempo a farci un’altra canna, deleteria, che mi disinibisce quel tanto che basta per far emergere la mia anima melodrammatica,  che fa diventare il mio racconto melenso come un puntata di Beautiful.


…Una damigella che studia nel prestigioso collegio di un’ arisotcratica città, un rampollo di buona famiglia, si conoscono, si perdono e si ritrovano a dieci anni di distanza, dopo essersi scambiati il famoso Primo Bacio. Molto film anni ’50 questa cosa del collegio esclusivo: mi ci vedo con quelle gonne favolose, in pieno New Look. Comunque, anche nel mio film personale – come in quelli anni ’50-  tutto sembra puntare verso il classico finale  “ E vissero tutti felici e contenti…”. Mentre proseguo la narrazione con dovizia di particolari, in preda ai fumi dell’anestesia, già mi vedo come una novella Grace Kelly, compresa ovviamente una costossima Hermés al braccio.


Ma Jack naturalmente detesta le favole, e anche in un momento così ricco di pathos l’unico commento che trova appropriato è:<<Che figata, adesso sei single!>>.


È una fredda doccia di realtà, con una lusinga sottintesa come zuccherino: ne avevo bisogno.


Adoro il mio amico Gangster.

The Queen of Cool


Sono una figa spaziale.

Avrò tutto quello che merito.

So prendermi egregiamente cura di me stessa.


Più o meno questo è quello che penso –che ripeto come un mantra- mentre in una gelida notte invernale mi stringo nel cappotto e cammino a passi veloci verso qualunque cosa mi possa portare a casa.

Alle mie spalle, la mia vita fino a cinque minuti fa.

Sono stordita. (Sollevata?). Stordita.

Mi riprendo improvvisamente alla vista di un taxi, e con un balzo spiccato con tutta l’agilità che le mie Prada tacco 10 mi concedono, sono sul sedile posteriore e sto già recitando come un automa l’indirizzo di casa.

Faccio persino due chiacchiere con il tassista, se non altro per comunicargli che ho intenzione di scolarmi una bottiglia di whiskey e  darmi malata domani.  Lui non si scandalizza, fa anche il carino.

Wow, devo essere una gran figa davvero se riesco addirittura a interagire socialmente.

La mia vita non è finita, forse.

Dopo questa constatazione mi sembra già di vede la luce in fondo al tunnel, e invece – anche se al momento prefferisco non pensarci- più probabilmente si tratta del treno che mi sta venendo incontro. Giunta a destinazione ormai sono euforica: chiamo il mo amico G.che nonostante l’ora non esattamente appropriata, è da me in venti minuti.

Deve aver intuito la portata della situazione, perché porta con sé un po’ di erba che gli è arrivata dall’olanda.

Sembra un gangster il mio amico G., di quelli che non devono chiedere mai.

Proprio quello di cui ho bisogno stasera.